Il cibo secondo Natura: cosa scegliere

Il cibo secondo Natura: cosa scegliere

Cosa ci spinge a fare la spesa in un posto piuttosto che in un altro? Magari ci troviamo comodi a fermarci al supermercato sulla via di casa e comprare in un solo posto tutto quello che ci serve. Oppure può essere che ci organizziamo diversamente, dedicando un po’ più di tempo a fare gli acquisti tra vari piccoli negozi di fiducia.

 

Viviamo in una società e in un’epoca dove il cibo è disponibile in abbondanza, in qualsiasi stagione e in una pluralità di punti vendita; ma se questo da un lato vuol dire che è facilmente accessibile per tutti, dall’altro può indurre a non porsi più alcune importanti domande sulla sua natura.

 

Ad esempio, cosa cambia tra un carciofo consumato a Dicembre e uno consumato a Marzo? Una melanzana dell’orto è uguale a quella che troviamo al supermercato? In pratica, il cibo che possiamo scegliere di acquistare in così ampia varietà – dalla verdura alla frutta, dai cereali alla carne – è tutto uguale? O possono esserci effetti diversi sia sulla nostra salute che sull’ambiente a seconda di come viene prodotto? E che dire di come cambiano anche i rapporti socio-economici che vi sono dietro?

 

 

Noi crediamo che il cibo non sia tutto uguale; anzi, pensiamo ci siano ragioni per dubitare che l’abbondante quantità si accompagni sempre ad altrettanta qualità nutrizionale, al rispetto per la Natura, a comunità agricole fiorenti. In questa serie di articoli vi proporremo delle osservazioni sul rapporto che intercorre tra noi e il cibo nella nostra società “industrializzata”; ci muoveremo da vari punti di vista per riflettere a 360° su quanto sia rimasto di naturale intorno all’atto più semplice che possiamo compiere, nutrirci.

 

Partiamo dalla quotidianità di ognuno di noi in quanto consumatore. Facciamo alcune considerazioni su come generalmente si fa la spesa oggi.

 

 

 

COME SCEGLIERE IL CIBO?

 

Il Tempo e il Luogo

 

Ricordo mia nonna, nella mia infanzia, uscire ogni mattina per fare la spesa. Nel nostro paese all’epoca (tutto sommato solo vent’anni fa) c’era il “mercato coperto”, dove c’erano diversi fruttivendoli, macellai, pescivendoli, piccoli alimentari; sicché quotidianamente si aveva la possibilità di scegliere, in un solo posto, tra vari venditori di uno stesso prodotto (locale). Un po’ come oggi al mercato, che però di solito è settimanale.

 

Sicuramente mia nonna aveva tempo da dedicare a questo bel rito quotidiano, tempo che oggi – due generazioni dopo (ma già con quella di mia madre) – generalmente manca, o quantomeno deve essere ripartito tra una moltitudine di altri impegni.

 

 

Ed è proprio per renderci la vita più semplice che sono nati i supermercati (o almeno così ci dicono). Simili a capannoni industriali, dove la luce naturale si ferma a due metri dalla porta d’entrata per cedere il passo ai neon, in un labirinto di corridoi stipati di roba colorata di ogni marca… Per me è un’esperienza psichedelica ogni volta che mi capita di andarci, mi confonde, e finisco sempre per metterci una vita per trovare quello che mi serve!

Per poi puntualmente dimenticare qualcosa e uscirmene con qualcos’altro che non avevo in mente di acquistare… (Sarà un caso?)

 

Fiducia ai piccoli produttori

 

D’altro canto, siamo fortunati se viviamo in un piccolo centro, perché abbiamo ancora la possibilità di scegliere di andare dal fruttivendolo, dal macellaio, dal panettiere ecc… Non che i prodotti che vi troviamo siano per certo migliori di quelli del supermercato, ma possiamo conservare il privilegio di accordare fiducia a chi ce li vende che sia così, e avere il piacere di scambiare un saluto cordiale o quattro chiacchiere con un volto familiare.

 

 

In ogni caso, oggi il fattore tempo, che ci piaccia o meno, influisce almeno in una certa misura sul nostro rapporto col cibo, a cominciare da come e dove facciamo la spesa. Ma condiziona anche la disponibilità di alcuni degli alimenti che poi acquistiamo, in particolare della frutta e della verdura, e come queste vengono prodotte.

 

La stagionalità

 

Nell’ambito della grande distribuzione organizzata, non sono cambiati solo i luoghi di acquisto – dal mercato o dai piccoli negozi, ai supermercati – ma anche i tempi di produzione del cibo (due aspetti di una stessa medaglia). Pensiamo ad esempio alla stagionalità.

Secondo natura, ogni tipo di verdura e di frutta è disponibile soltanto nell’arco del periodo di maturazione proprio di ciascuna varietà.

 

Questo fatto, quando si coniuga con metodi agricoli che lavorano in sintonia con la natura, si traduce spontaneamente in un’esaltazione del sapore e della qualità del cibo. Ma con l’agricoltura convenzionale – a servizio del grande mercato – oggi abbiamo le zucchine anche a gennaio, i cavoli anche ad agosto, arance e mele anche tutto l’anno…

Siamo “assuefatti” alla disponibilità praticamente costante degli ortaggi e dei frutti più comuni, così da non chiederci più come e dove vengano prodotti, o se sia naturale (e un bene) mangiarne anche fuori stagione.

 

Il diserbante è un prodotto che si è iniziato ad utilizzare dopo gli anni ’50

La realtà di alcuni prodotti

 

D’altra parte, una considerazione particolare andrebbe fatta per i cibi esotici che il mercato ci porta da oltremare. Tipici di altre fasce climatiche e diete molto diverse dalle nostre, diventano d’un tratto d’uso comune anche da noi: ad esempio l’avocado, la quinoa, ma anche le banane.

 

Questi alimenti sono esempi di “bisogni” alimentari fittizi creati dal mercato, che mentre qui vengono pubblicizzati come salutari (sebbene la frutta esotica maturi in container nell’arco di un mese di viaggio da oltreoceano), stravolgono gli equilibri naturali e socio economici delle terre di produzione.

 

In Cile, le piantagioni di avocado, in Valparaìso, sottraggono acqua alle comunità locali; in Bolivia, poi, le coltivazioni di quinoa prendono il posto dei pascoli destinati all’allevamento di lama e alpaca, sradicando i mezzi di sostentamento tradizionali; nelle piantagioni di banani in Ecuador si fa invece largo uso di pesticidi e le condizioni lavorative dei braccianti sono precarie, anche nei circuiti del commercio equo e solidale.

 

 

Attenzione al “km 0”

 

Per riavvicinarci al cibo naturale, possiamo iniziare scegliendo quello prodotto localmente, specialmente quando parliamo di prodotti freschi, come frutta e verdura. Facciamo chiarezza però. Negli ultimi anni si fa un gran parlare di prodotti “a km 0” come se questo solo fatto fosse garanzia della qualità degli stessi.

Che un cibo sia “a km 0” vuol dire semplicemente che “non ha viaggiato” grandi distanze per arrivare dal produttore al consumatore.

 

Questo, dal punto di vista ambientale, significa che si è evitato almeno parzialmente l’inquinamento dovuto al trasporto (che comunque incide in percentuale minoritaria sull’impronta ambientale di un prodotto agricolo); mentre dal punto di vista della filiera produttiva, implica che è semplice individuarne localmente il produttore.

 

 

Prodotti di stagione e a Km 0 della nostra amica Food Blogger Lucia Barnaba

 

Ma tutto ciò non comporta necessariamente che le cime di rapa che ho comprato dal contadino dietro casa (o le mozzarelle della masseria più vicina) siano di per sé migliori di quelle prodotte a 30 km di distanza, perché l’attributo “a km 0” non dice niente di come siano state prodotte! Potrebbero benissimo essere stati usati fertilizzanti chimici, pesticidi, o altri additivi.

Preferire i prodotti locali ha senso guardando alla loro tipicità rispetto al territorio, il che può andare di pari passo con la stagionalità e i tempi naturali di maturazione; ma resta fermo che bisogna sempre accertarsi di come siano stati coltivati per poter sapere della loro qualità.

 

L’importanza di una alimentazione naturale

 

 

Allevamento apistico a Vaste di Luca Circhetta

 

Nel nostro ambiente molti sono gli apicoltori che lavorano dando alla natura l’importanza che le spetta. E’ l’esempio di un apicoltore salentino, Luca Circhetta che ha cominciato la sua attività quasi per gioco, orientandosi convintamente, fin da subito, verso l’apicoltura biologica.

Nel suo allevamento non usa antibiotici o farmaci di sintesi, segue il ciclo biologico delle api, perchè dice  “Ciò che fai a loro, lo stai facendo a te stesso”.

 

Siamo dell’idea che non c’è ragione di dubitare che il territorio in cui viviamo offra tutto il cibo necessario per il sostentamento e il più adatto per le condizioni climatiche del luogo. Noi lo vediamo lavorando con le api: è la specificità della vegetazione di un territorio ciò che dà il tocco distintivo a ogni miele. Perché la Natura dovrebbe essere avara?!

 

Continueremo le nostre considerazioni nel prossimo post. Nel frattempo, fate come le api: scegliete cibo di stagione, locale e da piccoli produttori se potete!